Parole per il 2026
Il bacio di Francesco Hayez, 1859
Mi piace. O non mi piace. Diciamo così quando scegliamo un cappotto o una casa, quando assaggiamo il minestrone del nonno o guardiamo Il bacio di Hayez, quando preferiamo una vita in poltrona o una vita da spericolati. Più che risposte somigliano a reazioni istintive, di pancia: per dire mi piace o non mi piace non servono lunghe valutazioni né calcoli complessi, la risposta è piuttosto rapida, a volte istantanea, spesso senza un vero perché, comunque dato a posteriori. Mi piace o non mi piace non sono basati su logiche uguali per tutti. Qualcosa o qualcuno ti piace? Allora sei già nel fremito anche se i motivi i del tuo mi piace sono imperscrutabili, di sicuro sono unici.
Unici. Ognuno di noi ha i propri mi piace e non mi piace formati pazientemente fin da piccoli. Sono impressioni soggettive conseguenti a esperienze che consideriamo più o meno piacevoli o che portano vantaggi o svantaggi. Se l’esperienza è stata buona allora il voto è un mi piace altrimenti è un non mi piace. I mi piace e i non mi piace costituiscono, in modo meravigliosamente semplificato, il nostro sistema di approvazione o disapprovazione delle cose: se mi piace è un sì, se non mi piace è un no: on-off, come un interruttore. Se mi piace compro il cappotto, se non mi piace il minestrone se lo mangia il nonno. Formano inoltre, il nostro database: i mi piace e i non mi piace danno valore qualitativo alle esperienze, orientano sia le scelte insignificanti sia quelle rilevanti e popolano la nostra memoria.
Memoria. È qui che conserviamo traccia delle impressioni, dei loro effetti e i già noti mi piace e non mi piace. La memoria funziona da archivio dati, da essa possiamo richiamare i contenuti e farli rivivere come se accadessero ora. Basta rievocare l’esperienza e – oplà – il primo bacio alla persona amata succede magicamente proprio adesso, nitido e intenso nonostante sia avvenuto un giorno o una vita fa e ricordare chiaramente quanto sia stato bellissimo e per questo essere piacevolmente indimenticabile. Ma di memoria ci si può anche torturare, puoi rimanere impigliato in un brutto ricordo difficile da lasciare o credere che il tempo non sia mai trascorso senza che abbia medicato alcuna ferita. Piacevoli o meno stiamo parlando di esperienze i cui effetti possono farsi sentire così tanto da sembrare veri, ma attenzione, sono impressioni. Per evitare i trabocchetti della memoria bisogna avere una certa maestria.
Maestria. Notevole abilità sviluppata nella pratica di un mestiere o di una forma d’arte. Per avere maestria ci vuole sensibilità come se fosse amore; capacità intuitiva nel saper quale direzione prendere come se fosse la cosa più normale; precisione nel gesto come se fosse una necessità indispensabile; instancabilità nel ricercare come se non ci fosse un finale; gran coraggio, quando c’è da rifare, come se fosse il solo modo per imparare; un mare di pazienza come se fosse una distesa infinita tutta da attraversare. Qualsiasi attività può essere svolta con maestria, è una questione di scelta e non serve essere artisti. Avere maestria è un’attitudine personale, ha una dignità silenziosa. Quando la maestria si esprime diventa bene universale, riverbera di vita propria a prescindere dal suo autore. Questo significa che la maestria ha una sua intrinseca intelligenza.
Intelligenza. Quella artificiale è la star del momento, è la parola d’ordine. Molti oggetti e funzioni sono ormai dotati di questo genere di intelligenza, ora riusciamo a fare più cose, con più efficienza e con una velocità impressionante. Cambiano i mestieri, i modi di ideare e di conseguenza, quelli di percepire. Tuttavia, nonostante gli innegabili vantaggi, a questa inedita forma di sviluppo c’è chi non è favorevole, nutre timori ed è contro: l’onda di novità sta travolgendo modalità collaudate e procedure consolidate, non sarà più come prima, la tecnologia avrà il sopravvento, chissà dove andremo a finire. È vero, chissà dove andremo a finire… ma questo valeva anche prima, con la sola intelligenza umana. Non resta che accogliere e abbracciare la novità: abbiamo bisogno di nuovi maestri e delle future maestrie.
Parole per il 2025
A sentimento. È un design di processo che agisce su pochi presupposti e dati incompleti. Il design “a sentimento” è partecipativo, il progetto non è di un solo autore ma condiviso da un collettivo, il suo mantra ha una parola: “proviamo”. Quindi, la chiave è nello svolgimento, un percorso di lento affinamento condizionato da sensazioni soggettive. La forma viene definita attraverso progressivi aggiustamenti per raggiungere il risultato finale. È amato dai committenti un po’ meno dai designer, in particolare, quelli che hanno una propria inossidabile idea. È provvisorio fino all’ultimo e aspira, nonostante l’esiguità delle premesse, o forse proprio grazie a quelle, a un risultato ad effetto wow.
Wow. Nel mondo dei brand quello dello wow è un effetto ambito. Succede quando un brand va al di là delle aspettative a tal punto da lasciarti senza parole o, appunto, solo con un uau. La scommessa è stupire – e se ti stupisco, ti piacerò, mi vorrai e tornerai da me… Il punto è avere una sostanza così attraente da generare tale meraviglia cosa che non tutti i brand hanno. Per sostanza si intende un insieme di qualità come ad esempio, la capacità di creare un prodotto, innovazione o un servizio, curate con quella attenzione e meticolosa precisione da sfiorare la perfezione.
Perfezione. Sarebbe bello che tutto fosse perfetto ma tanto non lo è. Quindi, rilassiamoci! Per questo ci aiuta Wabi-sabi una visione orientale che suggerisce l’accettazione della transitorietà e dell’imperfezione delle cose riconoscendo tre verità: niente resta, niente è concluso e niente è perfetto. A tutta prima, il principio può suonare un po’ rassegnato ma, ripensandoci, evita sforzi inutili per raggiungere mete impossibili. Questa transitorietà tuttavia, non è una scusa per un fare approssimativo. L’obiettivo non è la perfezione ma dare valore alle cose attraverso una propria abilità, la migliore disponibile, con uno specifico sguardo.
Sguardo. Prendiamo una Lady Dior e una Kelly di Hermès. Prima ancora di essere due borse sono modi di interpretare lo stesso oggetto, due logiche differenti, due sguardi distinti. Lo sguardo definisce lo stile, un linguaggio unico per inventare universi. Stiamo parlando di moda? Non solo, anche di tutti i modi di creare e di fare che possiamo immaginare. Lo stile è riconoscibile ed è difficilmente descrivibile, più che una ragione è una questione di sentimento. Ma come si fa ad impararlo? Lo stile si trasmette, per capirlo va assunto, va respirato come fosse aria.
Aria. Per gli antichi greci era la sede delle anime, tecnicamente è una miscela di azoto e ossigeno. Si misura in litri e ne respiriamo circa sei al minuto, in ventiquattr’ore ne “beviamo” più di ottomila cinquecento. Aria vince sulla mente: basta non respirare per un minuto e cominciamo ad avere un problema serio. Invece, se per un minuto non pensiamo, si respira addirittura meglio. L’aria avvolge la Terra per un centinaio di chilometri poi svanisce nello spazio interplanetario. In questo vuoto infinito la nostra palla galleggia sospesa con noi a bordo. Quando notiamo di respirare, ovvero quando ci accorgiamo di essere vivi, ricordiamoci di quanta grazia.
Parole per il 2024
Ph. Devon MacKay / Unsplash
Angolo. Concavo, convesso, acuto, ottuso, retto, piatto, giro… Nel panorama degli angoli c’è anche quello morto. È famigerato per essere un pericolo della strada, la dannazione degli specchi retrovisori. Va detto che quest’angolo, prima ancora di essere morto, è cieco. Infatti, nello spazio che definisce è sicuramente difficile vedere ma non necessariamente morire. Tuttavia, vista la probabilità di lasciarci le penne, all’angolo è stata tolta l’innocenza, è stato dichiarato morto – per non dire mortale – diventando così un angolo privo di speranza.
Speranza. Sentimento che si nutre, talvolta inutilmente, per raggiungere risultati incerti. Più è vivo l’interesse per lo scopo, maggiore è la speranza, quando l’interesse è scarso la speranza va di conseguenza. Insieme alla determinazione al coraggio e alla resistenza, forma un quartetto compatto teso alla meta. Se il risultato è diverso da quello atteso, dei quattro è l’ultima a morire, la speranza ha una resistenza pazzesca, fino alla fine non molla, è capace di sfidare evidenze contrarie. Superato il limite però, non resta che invocare un dio bendisposto, affidarsi a un santo o abbandonarsi alla sorte.
Sorte. Forza misteriosa che regola in modo imprevedibile la vita degli uomini. Suddivisa in buona e cattiva, la preferenza universale è nettamente a favore della prima. Per averla di questa qualità la combinazione più esplosiva vede Fortuna e Talento agire insieme. Mentre la fortuna sembra un’occasionale quanto gratuita benedizione del cielo, il talento è una dote innata, l’esercizio spontaneo di una capacità speciale, un fluire tutt’altro che fortuito. Proprio per la sua natura instabile, verrebbe da pensare che la fortuna sia di minore importanza rispetto al talento. Invece, quasi sempre è così determinante da bastare solo lei che tutto si risolve. E lasciar dubitare del talento quasi fosse un optional.
Optional. Venire al mondo e ricevere un libretto delle istruzioni sarebbe di grande aiuto. Un’auto, un frullatore, una lavatrice ce l’hanno, noi umani no. Un manuale da tenere a portata di mano, il riassunto delle caratteristiche operative di una delle macchine più sorprendenti del pianeta con un sistema di funzionamento affinato in milioni di anni e vicende vissute. Un manuale pratico che includa gli aspetti distintivi della specie, come funzionano il corpo, la mente, i sentimenti e come gestirli, quali le norme di sicurezza da adottare, la cura e la manutenzione da fare, come comportarsi quando qualcosa non va. E sapere fin da subito, se la felicità è parte integrante del sistema oppure è un optional, un’idea stravagante o un’anomalia.
Anomalia. Certamente è una seccatura, rovina un piano calcolato, disturba una presunta idea di perfezione nel suo svolgimento lineare. Ma consideriamo il lato positivo dell’anomalia: ci permette di individuare un difetto da correggere, di aggiustare qualcosa di rotto o di trovare soluzioni ancora più efficaci. L’anomalia è un innesco per l’azione. Sprona a un’osservazione attenta, a coltivare una sana critica, a tenere alti i valori della ribellione. Per fare progressi ci vuole dell’anomalia. È molto per un’irregolarità, non è vero?
Parole per il 2023
Vincere. Il conflitto russo-ucraino può essere visto da diversi punti vista. Due, in particolare, sono perpendicolari fra loro. Il primo è la soggettiva dei soldati, una visione ad altezza uomo, orizzontale, in movimento. Il secondo è la soggettiva dei droni, una visione in quota, verticale, stabilizzata da satelliti. La prima visione scruta l’orizzonte da conquistare, la seconda lo inquadra come bersaglio. La perpendicolarità delle viste ricorda quelle dei videogiochi d’azione, gli “ammazza-ammazza”: un’incedere per scovare il nemico e una mappa dove trovarlo per farlo fuori. Il gioco virtuale azzera la dimensione drammatica della realtà puntando sul raggiungimento della vittoria. Vincere ci piace moltissimo, non solo per finta, più di tutto, dal vero.
Vero. O falso. Giusto o sbagliato. Bene o male. Vincere o perdere. Chissà come mai ci siamo infilati in questo meccanismo, un dualismo che chiede molta energia e genera conflitti: mantenere un equilibrio accettabile è impegnativo e non porta a risultati duraturi. Visti gli effetti spesso disastrosi, si potrebbe spostare il dibattito su un piano puramente immateriale, guerre comprese. Uno spazio astratto, una stanza virtuale dove continuare a non capirsi e a menarsi a piacimento come in un videogioco. Così ci risparmiamo il sangue e il fango della vita reale e, magari, pensare a più nobili business.
Business. Ovvero scambio di beni o di servizi. È un’attività così umana da sembrare appartenere solo a noi. E invece, altre specie viventi la praticano, fra queste, ci sono le vespe. Le piccole del nido sono nutrite dalle adulte che in cambio ricevono una bava zuccherina. Le larve rilasciano il liquido come ricompensa per il “servizio in camera”. Il fenomeno è noto come trofallassi un modo per scambiarsi cibo, dolcezza e coccole tutto insieme. Lo scambio produce fiducia collettiva, mantiene il sistema sociale interno in equilibrio e alimenta un circolo virtuoso.
Virtuoso. Lo era Niccolò Paganini, il celebre musicista genovese, ma non di meno Giuseppe Guarneri del Gesù il liutaio che fra il 1742 e il 43 costruisce i due violini appartenuti al maestro. Le incredibili capacità del musicista e dell’artigiano sono un fulgido esempio. Illuminano sul fatto che sapere qual è la propria virtù ed esprimerla è importante e necessario, fa bene a chi la virtù ce l’ha e a tutti coloro che possono goderne gli effetti. I nomi dei violini? Il primo è “Carrodus”, il secondo è “Cannone” chiamato così da Paganini stesso per la sua potenza sonora. Oggi, gli strumenti hanno un valore inestimabile. Il “Cannone”, ad esempio, è stimato in ottanta milioni di euro. La virtù si trasforma in valore e va ben oltre il suo significato tangibile.
Tangibile. È vero, il nostro è un mondo insicuro dove coabitano ingiustizie profonde e virus cattivi, un luogo faticoso e imprevedibile. Questa incertezza giustifica la ricerca di mondi paralleli e la creazione di quelli immateriali dove tutto potrebbe essere più facile e forse più giusto. Eppure, è attraverso la materia che riusciamo a fare capolavori e miracoli. Finché un’alternativa è un’astrazione, non è ancora rivoluzione.
Parole per il 2022
Orizzonte. Quella parte di spazio più o meno estesa dove si può spingere lo sguardo e dove il cielo sembra toccare la terra o il mare. Quando si perde l’orizzonte si smarrisce qualcosa verso cui tendere, quando è ben visibile è d’ispirazione. Soprattutto, quando c’è si può sognare. Soltanto a guardarlo fa respirare.
Respirare. Fenomeno meccanico che assicura il rinnovo di aria nei polmoni. Il processo fisiologico permette lo scambio di anidride carbonica con l’ossigeno grazie alla straordinaria superficie degli alveoli polmonari: nell’uomo è stimata abbia avere dimensioni pari a un appartamento fra i 60/90 metri quadrati. Come tutti gli esseri aerobici respiriamo aria per vivere, compresa l’aria di libertà.
Libertà. Concetto ampio ed astratto con significativi risvolti pratici ma dai confini labili. Dal punto di vista giuridico “s’intende, in linea di massima, il diritto di ogni individuo di disporre liberamente della propria persona” (cit. Treccani). È dunque un concetto personale che si confronta e spesso scontra, con le libertà di altri e con la già citata “linea di massima”, un distinguo che però dovrebbe mettere d’accordo tutti.
Tutti. Siamo una cosa sola ma non siamo la stessa cosa e per giunta, siamo in tantissimi. E ci viene facile, da sempre, essere uno contro l’altro: ci basta un’idea, un’ideale, una bandiera, una squadra o un virus e alé che parte il match. E se provassimo ad abbassare il volume dell’uno contro l’altro? Magari ascoltare dei suoni nuovi? Si può fare?
Si può fare. Lo dice Frederick, il celebre professore universitario e nipote di Victor von Frankenstein, vi ricordate? Nel film culto Frankenstein Junior, Frederick rigetta le idee visionarie del nonno ma leggendo i suoi appunti si ricrede e dà vita alla Creatura. Purtroppo l’esperimento non va nel verso giusto: conferma l’imprevedibilità degli esiti nonostante la certezza dei presupposti. Insomma, qualcosa va storto, esattamente come nella vita di tutti i giorni, di tutti quanti. Non è familiare?
Parole per il 2021
Speciale Covid19
Convivere. Ci vuole coraggio per stare con una cosa che misura fra i 60 e 140 nanometri (1 nanometro = un milionesimo di millimetro) ma capace di scatenare il pandemonio. È addirittura letale, vola nell’aria e praticamente rischi di respirare una disgrazia. Sì, abbiamo detto stare con, non lottare contro. La lotta all’invisibile è impari: Covid-19 è superiore per insidia e potenza, ci costringe a giocare in difesa, a barricarci. Soprattutto, scatena la paura di soffrire e di morire.
Divisione. Come gli altri virus non fa distinzione sociale, la reazione al suo effetto non è uguale per tutti, per alcuni sancisce la fine. Il virus fa il suo lavoro di parassita e la conseguenza è la divisione non sua, ma nostra. Da un lato i terrorizzati, dall’altro i temerari e in mezzo i preoccupati, i guardinghi, i fatalisti, gli scettici e così via: siamo divisi, un errore strategico e tattico. Stare con, vuol dire accogliere le nostre diversità. La paura fa parte di noi e non ha senso usarla come recriminazione o condanna per stare da una parte o dall’altra.
Broadcasting. Mentre il virus procede per la sua strada, la nostra divisione produce confusione. È un rumore amplificato: attraverso i social media ciascuno di noi è broadcaster di notizie buone, cattive, vere e false, mischiate insieme. Il mix varia in base a cosa proviamo e così emettiamo di conseguenza: se sei terrorizzato sei broadcaster di terrore. Così nel nome della condivisione produciamo rottami mediatici che galleggiano nella nostra coscienza. Il risultato è un panorama basato su informazioni distorte la cui lettura è ovviamente approssimativa. I fatti sono fatti, le letture non sempre li descrivono come sono.
Fragilità. Quindi, il fronte emotivo è fragile, il quadro è complesso, il futuro è incerto. A queste difficoltà si aggiungono pareri discordanti di chi dovrebbe restituirci certezze e rassicurazioni: coloro che manovrano in questa tempesta silenziosa. Purtroppo non è così. Al ponte di comando bisogna prendere decisioni più veloci di quanto non sia quella della diffusione del virus: impresa impossibile, già sulla carta.
Distanza. Per rallentare una propagazione ostinata ci mascheriamo per impedire di “sputacchiarci in faccia” trasformando le città in un’illimitata zona di degenza al di fuori degli ospedali. Scambiandola per quella fisica, inneggiamo a una “distanza sociale” non badando che la distanza fisica e quella sociale, sono due cose diverse così come lo sono il “lavoro in remoto” e lo “smart working”. Non badiamo cioè all’uso di parole che ancora, ci confondono. La distanza maggiore però, rischia di essere quella da noi stessi. Smarrendo il centro interiore sul quale siamo fondati, cerchiamo la protezione di caverne domestiche confidando in una tecnologia salvifica.
Avanti. Se stare in una caverna ha una funzione utile, si può vedere che nel quadro generale molte strade si chiudono. Possiamo chiamarle anche abitudini, o visioni ristrette, zone di comfort, modelli… come preferiamo. Ma nel contempo, altre vie si aprono: sono nuove e incerte. Per andare avanti bisogna saper distinguere fra vero e falso, affinare l’intuito.