Parole per il 2019

Parole. Sul nostro pianeta sembra ci siano 6.000/7.000 lingue che offrono un’impressionante possibilità di raccontare i fatti nostri in tutte le salse. Al primo posto c’è il cinese, parlato da più di un miliardo di persone. Dopo lo spagnolo, l’inglese e l’arabo arriviamo noi con l’italiano piazzati al ventunesimo posto con meno di sessanta milioni di esseri parlanti l’amato idioma. Come capita ad alcuni animali e piante, ci sono lingue che si stanno estinguendo mentre altre si fanno dei “prestiti linguistici” creando così nuove varianti per sostituire quegli idiomi che si perdono per strada e forse, inventarne di altri.
Noi della lingua italiana abbiamo a disposizione circa 250 mila lemmi ma nella vita di tutti i giorni ce ne servono molti meno: gli studiosi ne calcolano poco più di duemila, costituiscono il lessico fondamentale e bastano per sbrigare le faccende della vita come comprare il pane o descrivere più o meno quello che sentiamo quando ad esempio, sussurriamo ti amo. Questa manciata di parole non la usiamo tutti allo stesso modo: la scelta delle parole che ci servono per comunicare è influenzata da cosa ci è successo e da cosa ci sta succedendo, insomma, da come siamo. Usiamo quindi, quelle parole che rappresentano la nostra esperienza, tutte le altre sono escluse perché non descrivono una conoscenza che ci appartiene. Così otteniamo il nostro idioma personale, ahimè parziale, per fare della nostra unicità il nostro racconto.
 
Racconto. “Nel creare una storia aziendale, nel fare storytelling personale l’uso corretto delle parole si rivela fondamentale per la riuscita della narrazione. Bisogna sceglierle con accuratezza e precisione sfruttando tutta la vastissima gamma di possibilità che ti fornisce una lingua, diversificando con sinonimi, limandole e precisandole finché non otterrai il risultato desiderato.” (così dicono qui).
Saper raccontare un brand è molto importante, soprattutto quando il brand è speciale. Ma ci sono brand che hanno poco o niente da dire, non sono fatti per essere i protagonisti di una narrazione così intrigante e così richiesta. Prendiamo il caso di TopKiller, azienda specializzata in spugne fritte al veleno per far fuori i topi. Il prodotto contiene un principio di ultima generazione, grazie alla sua alta appetibilità, il roditore ne è attrattissimo. Ciucciando la golosa esca l’animale assume la sostanza rodenticida e finisce stecchito in un attimo. Hai voglia a scegliere con accuratezza le parole, limarle, trovare i sinonimi per ottenere il risultato “voglio TopKiller, com’è buono lui non c’è nessuno!”. L’arte di raccontare è fondamentale in tutti i casi, ma se hai per le mani qualcosa di affascinante è ancora meglio: sì, stiamo parlando di contenuto.
 
Contenuto. Ad alcuni aspiranti futuri brand capita di avere il rapporto contenuto-storytelling inversamente proporzionale: più non hanno niente da dire più cresce la voglia di raccontare quel nulla. Per chi ha l’ambizione di diventare un brand è necessario fare un onesto esame di coscienza, prima di fare, prima di investire, prima di aprire una pagina su Facebook, prima di tutto è indispensabile avere il di cui da raccontare altrimenti, è meglio lasciar perdere o cambiare gioco.
 
Gioco. Quello delle carte è un passatempo che proviene dall’estremo oriente e ha origini incerte. Il gioco è arrivato in Europa qualche secolo fa per poi approdare anche in Italia. Il disegno dei suoi simboli rimane tuttora antico, i segni alludono a significati semplici e diretti: Bastoni e Spade per menarsi, Coppe per festeggiare i vincitori e Ori per comprare il necessario e ripetere daccapo. Questa dei significati è una lettura personale, una fantasia suggerita dal mondo reale.
 
Reale. Mentre un fatto lo è per definizione, la sua narrazione genera interpretazioni diverse e porta a conclusioni differenti. Come dire, il fatto è uno ma la sua speculazione è varia. Il fenomeno determina polarità, ovvero persone con opinioni contrapposte schierate in partiti, squadre, fazioni, gruppi che discutono per stabilire ragioni o torti, giusto e sbagliato. Questo del pro e del contro è un balletto che può durare anche secoli con due risultati non trascurabili. Il primo è quello di confondere (e di confondersi), il secondo è quello di perdere quel libero e fiducioso abbandono al ritmo dell’esistenza chiamato spensieratezza.
 
Spensieratezza. Sei spensierato perché sei incosciente o perché hai raggiunto un certo non so che interiore. In questo caso, godi di un’invidiabile condizione che ti permette di rimanere col cuore leggero, imperturbabile, mentre fuori è tempesta. È uno stato dell’animo che rimane anche dopo che la tempesta è passata, quando si svela un nuovo inizio, un principio che verrà raccontato con altre parole.
 
Paolo Rossetti
 
 
Video concept Luca Uliana, Paolo Rossetti
Music Marco Rossetti, Barely possible

Date

Dicembre 2018