Diventare oggetto di desiderio

Tutti noi adottiamo strategie per renderci attraenti nel nostro contesto e così, essere desiderabili. Non è questione di capricci: il motore che fa girare l’esistenza è il desiderio, perciò è una cosa seria.
 
La desiderabilità è comune a vegetali e animali, per molti di questi è la base della sopravvivenza. Se siete un fiore, ad esempio, la strategia per attrarre insetti utili per la vostra fecondazione è quella di essere colorati e profumati in base al vostro ambiente e ai gusti di chi vi deve impollinare. È questo il modo per essere irresistibili e raggiungere il vostro scopo: non estinguervi.
 
Se invece siete un animale, oltre all’aspetto, il “pacchetto attrazione” prevede suoni e sostanze odorose che potete usare per calamitare il partner giusto. E, naturalmente, non mancano le prestazioni fisiche. Siete una femmina di cervo? Allora sarete attratte dal maschio che si è scornato per voi: con il pretendente che ha vinto sarà più bello che mai fare tanti cuccioletti (e non estinguervi).
 
Anche noi umani abbiamo un tema di desiderabilità connesso (guarda caso) a quello della conservazione della nostra specie. Le strategie che adottiamo per renderci desiderabili (e così durare più a lungo, leggi: non estinguerci) sono simili a quelle dei nostri colleghi d’esistenza. Ma c’è una differenza che fa l’enorme differenza che si chiama consapevolezza.
 
Le caratteristiche che definiscono la nostra desiderabilità variano da caso a caso. Ad esempio, Mozart, genio della musica, è attraente in modo diverso da Einstein, genio della fisica, ma anche Miss Universo 1969 da Miss Universo 2018. Inoltre, ciascuno di noi è in grado di distinguere le proprie caratteristiche distintive da quelle irrilevanti senza necessariamente essere un fenomeno. Questa consapevolezza si forma mettendo insieme l’idea che ognuno ha di se stesso, il confronto con gli altri e il riscontro che gli altri ci danno.
 
La strategia per diventare oggetto di desiderio ci porta ad attuare azioni che fanno leva sulle qualità che abbiamo e che gli altri ci riconoscono, il resto serve a poco. Insomma, per diventare oggetti di desiderio mettiamo in campo quello che crediamo sia il nostro meglio e lo facciamo giocando le fortunate carte che arrivano con la cicogna oppure, in caso contrario, cercando di vincere con le carte che peschiamo, e solo con quelle che intelligentemente giochiamo.
 
I brand sono una nostra proiezione e rispondono esattamente ai temi della desiderabilità così come per noi che i brand li immaginiamo. Essi nascono da un bisogno sociale, si fondano su un’abilità, e per non estinguersi devono produrre continua bellezza. Questo vuol dire che c’è un (imprescindibile) pubblico a cui i brand si rivolgono, una capacità dei brand di fare qualcosa di speciale (o molto vicino a quest’idea) e soprattutto, diventare un’entità mitologica al di là della merce che i brand producono e delle nostre reali necessità di consumo.
 
Alla mitologia ci si arriva con la bellezza. La bellezza è una qualità verso la quale siamo naturalmente attratti perché fa scattare sensazioni piacevoli, che in un attimo diventano emozioni, che in un istante accendono il desiderio. Può qualsiasi brand sfuggire alla logica della bellezza? No, perché la bellezza ci rende biologicamente e commercialmente disponibili.
 
L’argomento bellezza è onnipresente: è comune anche per chi produce trapani, nanetti da giardino o forcine. Certo, si tratta di bellezze diverse ma che concorrono, nel loro specifico, alla formazione della mitologia di un brand e più questa si sviluppa, più quest’ultimo diventa oggetto di desiderio. La bellezza, quindi, va cercata e coltivata in ogni istante della vita del brand e non è da meno di idee, storie, fantasie, simpatia e antipatia, vero e falso, valori, errori, successi e visioni che intorno al brand ruotano.
 
 
Rossetti brand design: che cosa facciamo per far diventare un brand oggetto di desiderio
 
Diamo un nome (naming). Dare un nome adatto è la parte più delicata del processo di branding. Questa fase non va sottovalutata. Molti, moltissimi nomi che vengono a galla in un processo creativo sono già stati pensati da qualcun’altro, o sono già registrati, o naufragano nel mare delle verifiche legali. D’altra parte, improvvisare durante le riunioni funziona raramente e seguire le mode delle “doppie o” o simili, non è veramente distintivo. Quindi, per trovare un buon nome ci vuole grande lavoro, intuizione, moltissima tecnica e, va detto, una buona dose di fortuna, nessun metodo aiuta veramente: tutto questo lo conosciamo bene. Per far diventare un brand oggetto di desiderio, è fondamentale partire con il nome giusto.
 
Se volete farvi un’idea, ecco una selezione di nomi che abbiamo ideato: D’Osa, Ego, Fallo Protetto! HappyDì, Io, Insalata Mia Amata, Ironik, Natura Chiama, Origine, Primi Anni, Saper di Sapori, Tenuta Venterra, Val’Or, Vivi Bene. 
 
Diamo un’identità visiva (brand design identity). Sebbene l’inizio di un sistema d’identità visiva coincida generalmente con l’ideazione di un simbolo e/o di un logo, un marchio non è tutto. Le migliori identità visive sono basate sullo spirito del brand, di quello che vuole essere e diventare. Non esiste uno stile di design unico, tuttavia, nella nostra esperienza abbiamo visto che un design essenziale (non vittima degli stilemi che vanno di moda), funziona meglio. Per far diventare un brand oggetto di desiderio, è importante partire con l’identità visiva più semplice e promettente possibile.
 
Qui di seguito trovate una selezione di identità visive che abbiamo progettato: Artica, brumbrum, facile.it, ibs.it, Investire, Libraccio, MyCli, Surgiva, Telecom Italia, Wind.
 
Implementiamo l’identità del brand attraverso il packaging design. Per noi vuol dire lavorare su un aspetto dell’identità del brand. Se un brand è portatore di valori e se veicola la sua merce attraverso un contenitore, è proprio attraverso di esso che il brand ha l’opportunità di stabilire una relazione speciale e tangibile con il suo pubblico. Sappiamo che il design per il packaging deve reggere le regole della visibilità a scaffale ma pensiamo che i brand (e i loro contenitori) siano fatti per diventare parte dell’ambiente in cui viviamo, che non è un supermercato, né un centro commerciale, ma semplicemente una casa. Per far diventare un brand oggetto di desiderio, il packaging design deve saper raccontare del brand a prima vista, ed è quello che sappiamo fare.
 
Fra le cose che non facciamo, c’è quella di dirvi che cosa dovete fare o non fare per il vostro brand: noi ci limitiamo a lavorare sul suo linguaggio visivo che è l’espressione esteriore. In questo, vi possiamo aiutare facendo progetti specifici per rendere il vostro brand desiderabile. Chiamateci.

Date

Agosto 2018